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MUSS - Museo degli Strumenti Storici

Il Museo degli Strumenti Storici

Il MUSS – Museo degli Strumenti Storici è un’iniziativa promossa dalla Società Chimica Italiana (SCI), ideata e coordinata dal Prof. Luigi Campanella con la collaborazione di un gruppo di soci SCI.

Il progetto nasce con l’obiettivo di riscoprire, documentare e valorizzare il patrimonio strumentale della chimica italiana: strumenti scientifici storici, spesso dimenticati nei laboratori universitari, nei centri di ricerca o in contesti industriali, che costituiscono una parte fondamentale della storia scientifica del nostro Paese.

In questa pagina sono riportati i componenti museali fino a questo momento registrati sul sito SCI.

Realizzato per la prima volta nel 1844 dal tedesco P.J. Kipp, questo apparecchio è stato largamente impiegato in laboratorio per la produzione di gas (quali idrogeno, anidride carbonica, acido solfidrico) per reazione tra un acido e un metallo o un sale.
Ubicazione: Museo Analitico Virtuale pf: Campanella (università "La Sapienza" Roma)
Periodo: 1800
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

L'ebulliometro di Malligand viene usato per misurare il grado alcolometrico approssimativo di un vino. È basato sulla misura della temperatura di ebollizione di un campione di vino che varia a seconda della pressione e dal quantitativo di alcool presente in tale campione. Il primo brevetto di questo strumento risale al 1872.
Ubicazione: Unisalento
Periodo: 1800
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

La bilancia analitica a due piatti consente di determinare la massa di un campione di sostanza per confronto con una massa di riferimento certificata. Questa bilancia è stata uno strumento fondamentale per qualsiasi laboratorio chimico. Permette di determinare con buona accuratezza fino al millesimo di grammo.
Ubicazione: Museo Analitico Virtuale pf: Campanella (università "La Sapienza" Roma)
Periodo: 1900
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

 

Lo spettroscopio è uno strumento impiegato per l'osservazione e l'analisi della radiazione elettromagnetica emessa da una sorgente. I primi strumenti furono costruiti nel 1859 in Germania da Bunsen e Kirchhoff. In precedenza le osservazioni spettroscopiche erano eseguite con semplici prismi o reticoli di diffrazione. Isaac Newton fu uno dei primi (1666) a utilizzare un prisma di vetro per analizzare la luce bianca, scindendola in sette colori.
Ubicazione: Museo Analitico Virtuale pf: Campanella (università "La Sapienza" Roma)
Periodo: 1900
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

Bilancia di precisione utilizzata per misurazioni accurate della massa, grazie all'impiego dei palloni di vetro con rubinetto permetteva la pesata dei gas. Costruita a metà ottocento nella officina Deluil di Parigi.
Ubicazione: Collezione Museale di Chimica Università di Cagliari
Periodo: 1800
Contatto: datzei2@gmail.com

Strumento atto a misurare la velocità dell'aria e di correnti gassose.
Ubicazione: Museo Analitico Virtuale pf: Campanella (università "La Sapienza" Roma)
Periodo: 1900
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

 

Il distillatore è uno strumento che realizza la separazione dei componenti di una miscela di liquidi di diversa volatilità mediante riscaldamento. I componenti evaporano alle diverse temperature di ebollizione, i vapori formati vengono poi condensati attraverso serpentine refrigeranti e infine raccolti. 
Ubicazione: Museo Analitico Virtuale pf: Campanella (università "La Sapienza" Roma)
Periodo: 1900
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

 

L'estrattore Soxhlet è un apparecchio capace di separare da una miscela solida, in modo continuo, i componenti solubili da quelli insolubili usando un solvente volatile. La tecnica si basa sul trasferimento selettivo dei componenti di interesse della miscela solida ad un solvente, che subisce un ciclo di ebollizione e condensazione a ricaduta all’interno del dispositivo, facendo in modo che la miscela solida entri ciclicamente in contatto con il solvente ricondensato.
La foto mostra tre estrattori completi SOXHLET alloggiati nei rispettivi bagni riscaldanti
Ubicazione: Strumenti in vetrina "La Sapienza" Roma
Periodo: 1900
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

 

Il rifrattometro è uno strumento ottico di misura impiegato per determinare l'indice di rifrazione di una sostanza o qualche proprietà fisica di una sostanza che sia direttamente correlata al suo indice di rifrazione.
Ubicazione: Museo Analitico Virtuale pf: Campanella (università "La Sapienza" Roma)
Periodo: 1900
Contatto: luigi.campanella@uniroma1.it

 

L’Aerograph A-700 (spesso identificato come Autoprep) rappresenta una pietra miliare nell'evoluzione della chimica analitica. Introdotto nei primi anni '60 dalla Wilkens Instrument & Research (successivamente divenuta Varian Aerograph), questo strumento non era solo un analizzatore, ma una vera e propria officina di separazione molecolare. In un'epoca in cui la gascromatografia era ancora una tecnica emergente e complessa, l'A-700 si distinse per aver reso accessibile la gascromatografia preparativa. Fu uno dei primi strumenti progettati non solo per identificare i componenti di una miscela, ma per isolarli e raccoglierli in quantità sufficienti per analisi successive (come l'infarosso o la spettrometria di massa), cambiando per sempre il flusso di lavoro nei laboratori di ricerca organica. L'A-700 è celebre per la sua robustezza e per alcune soluzioni tecniche d'avanguardia per.  A differenza dei modelli analitici standard, l'A-700 montava colonne di diametro maggiore, permettendo l'iniezione di volumi di campione elevati senza saturare il sistema. Il sistema Autoprep permetteva cicli ripetuti di iniezione e raccolta automatizzata dei picchi, un’innovazione straordinaria che aumentava drasticamente la produttività del laboratorio. Utilizzava tipicamente un rivelatore a conducibilità termica (TCD), estremamente affidabile e versatile per una vasta gamma di composti chimici.

 

Ubicazione: Università di Messina

Periodo: 1960

Contatto: luigi.mondello@unime.it

 

Il DESAGA MinUVIS rappresenta uno degli strumenti iconici della casa tedesca C. DESAGA GmbH di Heidelberg, leader mondiale nella strumentazione per la cromatografia su strato sottile (TLC). Progettato tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, il MinUVIS è diventato lo standard aureo per la rilevazione ottica non distruttiva di composti organici. In un'epoca in cui la purificazione dei composti chimici e farmaceutici dipendeva dalla separazione su lastra, il MinUVIS ha risolto il problema critico della visualizzazione di sostanze incolori. Prima della digitalizzazione, questo strumento era il "ponte" tra la separazione chimica e la prova visiva, permettendo ai ricercatori di identificare frazioni molecolari invisibili a occhio nudo senza alterare chimicamente il campione. Il sistema si distingue per la sua precisione ottica e la robustezza costruttiva, tipica dell'ingegneria tedesca del periodo. Il cuore del dispositivo è costituito da due tubi a scarica di gas che emettono radiazioni ultraviolette a 254 nm (UV-C a onde corte) e 366 nm (UV-A a onde lunghe). Questa dualità permetteva sia di sfruttare l'estinzione della fluorescenza (su lastre impregnate di indicatore F254) sia di eccitare la fluorescenza intrinseca di molecole complesse. Grazie all'uso di filtri selettivi ad alta efficienza, il MinUVIS garantiva un'emissione monocromatica quasi pura, minimizzando la luce visibile parassita che avrebbe potuto compromettere il contrasto delle "macchie" cromatografiche. Spesso accoppiato ai cabinet oscuranti della serie CabUVIS, lo strumento consentiva l'osservazione diretta o la fotodocumentazione immediata in un ambiente protetto dalle radiazioni UV per l'operatore.

Ubicazione: Università di Messina

Periodo: 1960-1970

Contatto: luigi.mondello@unime.it

 

Il Micro-Column Treating Stand MCT-1A è uno strumento storico prodotto da Shimadzu. L'MCT-1A appartiene all'epoca d'oro della gascromatografia capillare. In questo periodo, la transizione dalle colonne impaccate a quelle capillari (molto più sottili ed efficienti) richiese lo sviluppo di strumenti ausiliari per la loro preparazione. Questo "stand" era essenziale nei laboratori di ricerca per eseguire operazioni di manutenzione e condizionamento senza impegnare il gascromatografo principale. Lo strumento funge da unità di controllo dei fluidi dedicata al trattamento delle micro-colonne. Le sue specifiche principali includono un manometro analogico centrale e valvole di regolazione del flusso (Flow Control) per gestire con accuratezza gas inerti come azoto o elio. Presenta selettori specifici per diverse fasi operative con funzione “Purge” (Spurgo) per eliminare tracce di ossigeno o solventi residui, “Coat” (Rivestimento) utilizzato per depositare la fase stazionaria liquida sulle pareti interne delle colonne capillari e “Pack Wash” per il lavaggio e la pulizia delle colonne o di piccoli segmenti impaccati. Dal punto di vista delle connessioni, il pannello frontale ospita raccordi a compressione per il collegamento rapido delle estremità delle colonne, facilitando test di tenuta e stabilità.

Ubicazione: Università di Messina

Periodo: 1960-1980

Contatto: luigi.mondello@unime.it

 

Lo Shimadzu GC-17A, lanciato nel 1992, rappresenta una pietra miliare nella storia della chimica analitica, segnando il passaggio definitivo dai sistemi a controllo manuale alla moderna automazione elettronica rendendo possibile il controllo elettronico dei flussi. Dal punto di vista chimico e tecnologico, la sua importanza risiede nell'introduzione del sistema AFC (Advanced Flow Control). Prima di questo modello, i ricercatori dovevano regolare manualmente la pressione del gas di trasporto utilizzando valvole meccaniche. Con il GC-17A, per la prima volta, la pressione e il flusso di split potevano essere controllati elettronicamente in base al programma di temperatura del forno. Questo avanzamento ha permesso di mantenere una velocità lineare costante del gas lungo la colonna capillare, ottimizzando la risoluzione cromatografica, e di garantire una riproducibilità senza precedenti, rendendo i risultati indipendenti dalla sensibilità manuale dell'operatore. Il GC-17A non è stato solo uno strumento isolato, ma la base per l'accoppiamento con la spettrometria di massa (come nel sistema GCMS-QP5000), trasformando la gascromatografia in uno strumento di indagine strutturale ultra-sensibile per settori critici come il monitoraggio ambientale e la sicurezza alimentare.

Ubicazione: Università di Messina

Periodo: 1992

Contatto: luigi.mondello@unime.it

 

JONOSIS – Misuratore di pH da banco (SIS, Milano). Strumento elettrochimico analogico per la misura del pH, prodotto dalla ditta italiana SIS (Dr. Ing. V. Manassi & C., Milano), probabilmente tra gli anni ’50 e ’60. Presenta un grande galvanometro centrale che consente la lettura diretta del pH o del potenziale in millivolt, con selettore di temperatura per la compensazione termica e comandi di taratura. Era impiegato nei laboratori chimici, universitari e farmaceutici per titolazioni potenziometriche e controlli di qualità.

Ubicazione: Università degli Studi di Catania – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: anni '50-'60
Contatto

JONOSIS – Misuratore di pH portatile/da campo (SIS, Milano). Versione più compatta e “a valigetta” del misuratore di pH JONOSIS, progettata per misure in campo o in laboratori con spazi ridotti. Conserva lo schema analogico a galvanometro, con selettore di temperatura, comandi di calibrazione e ingressi per elettrodi. L’elettronica, sempre basata su tecnologia dell’epoca (valvole/prime circuiterie a stato solido), consente misure sufficientemente precise per applicazioni agronomiche, ambientali e di controllo acque. Era pensato per essere trasportato facilmente e alimentato dalla rete locale nei siti di misura.

Ubicazione: Università degli Studi di Catania – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: anni '50-'60
Contatto

Strumento portatile da laboratorio per la misura della conducibilità elettrica di soluzioni, usato come salinometro per determinare il contenuto di sali disciolti (in particolare in acque naturali o di processo). Il quadrante analogico legge la conducibilità in µS, mentre il grande selettore frontale consente la scelta del range di misura, con manopole dedicate alla compensazione della temperatura e al coefficiente di temperatura del campione. Anche questo modello, probabilmente anni ’50–’60, richiede una cella di conducibilità esterna collegata tramite morsetti “Elettrodo/Guardia” ed era impiegato in chimica analitica ambientale e industriale.

Ubicazione: Università degli Studi di Catania – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: anni '50-'60
Contatto

Il polarimetro Carl Zeiss Jena DDR è uno strumento ottico di precisione utilizzato per misurare l’angolo di rotazione ottica di soluzioni contenenti sostanze chirali, come zuccheri e composti farmaceutici. Questo modello da banco integra una sorgente luminosa interna, un sistema di polarizzatori e un oculare con comando micrometrico per la lettura dell’angolo di rotazione. Trovava impiego nella chimica analitica, nell’industria saccarifera, in ambito farmaceutico e nella didattica universitaria del Novecento.

Ubicazione: Università degli Studi di Catania – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo
Contatto

Bilancia analitica Sartorius in cassa vetrata di legno, un tipo di strumento diffuso tra fine Ottocento e prima metà del Novecento nei laboratori chimici europei. La ditta Sartorius, fondata a Göttingen da Florenz Sartorius nel 1870, divenne nota proprio per bilance di alta precisione impiegate in analisi gravimetriche, farmacia e controllo qualità.

La struttura in legno con pareti vetrate aveva una funzione precisa: proteggere il sistema di pesata da polvere e correnti d’aria. All’interno si riconoscono il pilastro centrale, il giogo e i due piatti metallici sospesi, tutti elementi tipici delle bilance a due piatti ad alta sensibilità. La grande manopola frontale serviva a sollevare o abbassare i piatti per evitare urti e facilitare la pesata.

Questo tipo di bilancia era uno strumento fondamentale nei laboratori di chimica classica, dove la precisione della massa era essenziale per preparare soluzioni standard, eseguire determinazioni quantitative e controllare la purezza dei campioni. Rispetto alle bilance moderne, funzionava in modo completamente meccanico, ma garantiva un’elevata affidabilità se correttamente regolata e custodita.

Ubicazione: Università degli Studi di Catania – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo
Contatto

Introdotto negli anni '70, lo spettrofotometro Spectronic 21 di Bausch & Lomb rappresenta una pietra miliare fondamentale nell'evoluzione della strumentazione di routine da laboratorio. In quanto successore tecnologico diretto dell'iconico Spectronic 20 — il primo spettrofotometro economico e prodotto in serie al mondo — la serie "Spec 21" ha fatto progredire significativamente la precisione ottica sia per i laboratori accademici che per quelli industriali.

Lo strumento integrava l'elettronica a stato solido con un monocromatore a reticolo di diffrazione a riflessione ad alta risoluzione, garantendo una maggiore stabilità e accuratezza della lunghezza d'onda nelle regioni del visibile e del vicino infrarosso. Celebrato per la sua struttura robusta, il caratteristico scomparto campioni con coperchio a ribalta e le intuitive letture analogiche o digitali, riduceva al minimo l'errore dell'operatore massimizzando al contempo la produttività dei campioni. Per decenni, lo Spectronic 21 è rimasto un pilastro della didattica chimica e del controllo qualità, colmando il divario tra i dispositivi ottici a funzionamento manuale e i sistemi analitici completamente automatizzati.

Specifiche:

-Ampiezza della banda passante: 20 nm

-Intervallo di lunghezze d’onda: da 340 ad 950 nm

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: 1975
Contatto: daniele.naviglio@unina.it

Il PHM4 della Radiometer Copenhagen è uno degli strumenti più iconici e storicamente rilevanti della chimica analitica e della diagnostica medica del XX secolo.

Introdotto tra la fine degli anni '50 e gli anni '60, rappresenta l'evoluzione d'eccellenza della casa danese (fondata nel 1935), che era entrata nel mondo dell'elettrochimica nel 1937 collaborando con i laboratori della Carlsberg.

Il PHM4 era un potenziometro da banco ad altissima precisione per l'epoca, basato su un'elettronica a valvole termoioniche prima del passaggio di massa allo stato solido.

Sebbene fosse uno strumento progettato per la ricerca chimica generale, il PHM4 e i suoi diretti fratelli di generazione legarono indissolubilmente il nome della Radiometer alla storia della medicina d'urgenza.

Durante la devastante epidemia di poliomielite che colpì l'Europa nei primi anni '50, il professor Poul Astrup (capo laboratorio all'ospedale per malattie infettive di Copenaghen) e l'anestesista Bjørn Ibsen intuirono che per salvare i bambini affetti da insufficienza respiratoria era fondamentale monitorare l'equilibrio acido-base del sangue. Utilizzando proprio i pH-metri della Radiometer, svilupparono il celebre "Metodo Astrup" per misurare il pH ematico e la pCO2.

Il PHM4 divenne lo standard nei laboratori di ricerca e clinici proprio per la sua stabilità millivoltmetrica, aprendo la strada alla moderna emogasanalisi.

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: anni '50-'60
Contatto: daniele.naviglio@unina.it

Il Digital Voltmeter (DVM) prodotto dalla Dynamco Ltd. rappresenta un capitolo affascinante e pionieristico nella storia della metrologia elettronica.

Insieme ad aziende come Solartron, Fenlow e Hewlett-Packard, Dynamco fu tra le prime a spingere i limiti della precisione digitale quando il mondo della misura era ancora dominato dai vecchi voltmetri differenziali o dai galvanometri analogici.

I DVM Dynamco della fine degli anni '60 si distinguevano per soluzioni progettuali di altissimo livello, necessarie per ottenere risoluzioni a 4 o 5 cifre prima dell'avvento dei microprocessori e dei circuiti integrati moderni.

Caratterizzato da un architettura Ibrida con Valvole Elettrometriche e Transistor in questi strumenti si incontra una transizione tecnologica straordinaria:

·        Stadio di ingresso ad altissima impedenza: 

·        Logica e amplificazione a stato solido, popolato da una miriade di primi transistor al germanio e al silicio

·        Il Display a Tubi Nixie o Edge-Lit

Prima dei display a LED o LCD, la visualizzazione digitale nei Dynamco avveniva tramite:

·        Tubi Nixie: Tubi a catodo freddo riempiti di gas neon, dove ogni cifra era un filamento sagomato che si illuminava con una calda luce arancione.

·        Display Edge-Lit (a illuminazione laterale): Lastre di plexiglass stratificate e incise con i numeri da 0 a 9, illuminate selettivamente da minuscole lampadine a incandescenza posizionate sui bordi.

·        Riferimento di Tensione a Cella di Weston (Standard Cell)

·        Filtrazione del Rumore e "Ranging" Manuale

Oggi i voltmetri digitali Dynamco sono storici e ricercatissimi dagli appassionati di vintage test gear e restauro di strumenti di misura:

·        Qualità costruttiva: I telai in alluminio, i cablaggi legati a mano e i componenti su tag-strip o PCB dorate rappresentano l'apice della manifattura elettronica pre-industriale di massa.

Affidabilità nel tempo: Sorprendentemente, se i condensatori elettrolitici di filtro e i rari transistor al germanio non hanno subito degrado (o vengono sostituiti), molti di questi strumenti accesi oggi – dopo quasi 60 anni – mostrano ancora una calibrazione e una stabilità millivoltmetrica invidiabili.

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: 1967
Contatto: daniele.naviglio@unina.it

Potenziometro universale di precisione prodotto da Leeds & Northrup, azienda americana storica nella strumentazione. Usato per misurazioni di tensione con altissima accuratezza, tipicamente in ambito metrologico e di calibrazione.

Arrivato sul mercato alla fine degli anni '60 rappresenta l'apice ingegneristico della metrologia potenziometrica manuale prima che lo stato solido e i DVM (come i Dynamco) azzerassero la richiesta di strumenti di misura a compensazione.

La serie Type K è stata lo standard globale per la calibrazione di precisione di termocoppie, voltmetri, misurazioni di pH e resistenze per oltre settant'anni.

A differenza dei modelli precedenti, il K-5 offriva tre portate selezionabili senza perdita di risoluzione, coprendo un ventaglio analitico eccezionale:

  • High Range: (ideale per calibrazione di celle e voltmetri).
  • Medium Range: (perfetto per termocoppie nobili e sensori industriali).
  • Low Range: (per microvoltmetria e termocoppie a bassissimo coefficiente).

Negli anni '70 e '80, il K-5 era il cuore pulsante dei laboratori di chimica fisica per lo studio accurato delle costanti termodinamiche delle celle galvaniche e nei dipartimenti di metrologia per certificare la linearità dei primi registratori potenziometrici a carta e dei primi convertitori A/D.

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: 1960
Contatto: daniele.naviglio@unina.it

La Bilancia Analitica di Precisione realizzata da Albert Rueprecht & Sohn a Vienna è un capolavoro assoluto della meccanica fine e della metrologia ottocentesca e del primo Novecento.

Albert Rueprecht (fondatore della ditta nel 1858) e suo figlio furono i fornitori ufficiali dell'Ufficio Metrico Imperiale di Vienna (Anstalt für Maass und Gewicht), dell'Università di Vienna e delle più prestigiose istituzioni scientifiche dell'Impero Austro-Ungarico ed europee. Le loro bilance erano rinomate per l'incredibile sensibilità, che spingeva i limiti della gravimetria ben prima dell'avvento dell'elettronica.

Questo strumento appartiene all'era d'oro delle bilance chimiche a bracci uguali (two-pan balances), concepite come veri e propri monumenti alla precisione, ospitate in sontuose stipetterie in legno nobile (solitamente mogano o noce) con tre o quattro sportelli in vetro per isolare completamente il sistema dalle correnti d'aria del laboratorio e dal calore corporeo dell'operatore.

Il segreto della straordinaria sensibilità delle bilance Rueprecht risiedeva nella lavorazione dei fulcri. Il giogo (il braccio principale, spesso fuso in bronzo o leghe speciali a bassa dilatazione termica, finemente traforato per ridurne la massa senza perdere rigidità) oscillava su tre coltelli in agata o selce durissima rettificata a specchio:

  1. Un coltello centrale rivolto verso il basso, che poggiava su un piano di agata solidale alla colonna portante centrale.
  2. Due coltelli alle estremità, rivolti verso l'alto, che sostenevano le staffe e i relativi piatti di pesata.

I modelli analitici Rueprecht (spesso classificati nei vecchi cataloghi con numeri romani o lettere, come la Costante I) presentavano raffinati sistemi di controllo meccanico esterno:

Per evitare che i fili dei coltelli si usurassero o si scheggiassero a causa degli urti durante il carico e lo scarico dei pesi, la bilancia era dotata di un sistema di arresto azionato da una grande manopola zigrinata posta alla base esterna del case.

Sulla parte superiore del giogo era incisa una scala graduata (solitamente da 1 a 10 o da -5 a +5). Tramite un'asta metallica esterna azionabile a mobile chiuso, il chimico poteva muovere un piccolo gancio e depositare un minuscolo filo di platino o alluminio sagomato a U (chiamato cavaliere o rider, solitamente del peso esatto di 1mg o 10mg) sui diversi intagli del giogo. Questo permetteva di determinare le frazioni decimali del milligrammo senza dover aprire lo stipetto e manipolare piccoli pesi con le pinzette.

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: fine 1800 - inizi 1900
Contatto: daniele.naviglio@unina.it

Il Mini-Monitor G-M Meter (Mini-Instruments) rappresenta lo standard britannico per eccellenza nella radioprotezione e nel monitoraggio della contaminazione da banco.

Progettato e prodotto originariamente nel Regno Unito dalla Mini-Instruments Ltd. (fondata a Burnham-on-Crouch e successivamente acquisita dal gigante Thermo Scientific / Thermo Electron), questo strumento è diventato celebre a partire dagli anni '70 e '80 per la sua inconfondibile veste industriale, la sua robustezza e la caratteristica scala analogica logaritmica.

Il "Mini-Monitor" nasce con un obiettivo preciso: fornire un radiometro che fosse al contempo un collaudato strumento da banco e un dispositivo portatile leggero (circa 1 kg), facilmente trasportabile tra i laboratori per verificare la sicurezza delle superfici, la schermatura di sorgenti o il decadimento dei radiomarcatori (tipici nella ricerca biochimica del secolo scorso, come 14C, 32P, 35S o 125I).

Il design era spartano ma brillantemente funzionale: un guscio in alluminio pressofuso, verniciato a polvere (spesso in un caratteristico colore azzurro/grigio o verde oliva a seconda dell'epoca), dotato di una grande maniglia superiore che funge anche da supporto inclinato quando lo strumento è posizionato sul banco. Sul top del case è presente un alloggiamento sagomato per bloccare la sonda (probe) quando non viene impugnata dall'operatore.

Una delle caratteristiche più apprezzate dai fisici sanitari e dai chimici è lo strumento a indice (ago galvanometrico) con scala logaritmica.

Il cuore dello strumento è il tubo Geiger-Müller, schermato e spento internamente mediante vapori di alogeni (halogen-quenched) per garantirne la longevità ed evitare le scariche spurie.

Il monitor integrava un altoparlante interno che convertiva ogni impulso (ionizzazione nel tubo G-M) nel classico ed elettrizzante "click" uditivo, la cui frequenza forniva all'operatore un'immediata percezione dell'intensità del campo senza dover guardare lo strumento. Disponeva inoltre di un potenziometro per impostare una soglia di allarme (Trip)visiva/acustica regolabile lungo tutta la scala.

Oggi, i Mini-Monitor della Mini-Instruments sono considerati autentici "muli" della radioprotezione: molti esemplari prodotti oltre quarant'anni fa continuano a funzionare perfettamente nei laboratori didattici e storici, richiedendo pochissima manutenzione se non il controllo periodico della linearità e l'ovvia attenzione a non danneggiare la delicatissima finestra della sonda.

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: anni '70-'80
Contatto: daniele.naviglio@unina.it

Il galvanometro a specchio (Cambridge Instrument Co. Ltd.) veniva utilizzato come indicatore di zero in accoppiamento a potenziometri manuali e ponti di misura.

L'architettura dello strumento è elegantissima nella sua semplicità meccanica:

Dietro il vetro è presente una bobina mobile sospesa a un sottile filo teso. Al centro della bobina è incollato un minuscolo specchio circolare. Un raggio di luce esterno proiettato attraverso la finestrella sul piccolo specchio interno, viene riflesso su una scala graduata distante (solitamente un regolo traslucido separato). Quando una debolissima corrente attraversa la bobina, questa ruota leggermente: la rotazione devia lo specchio e fa spostare lo spot luminoso sulla scala. Questo sistema permetteva di amplificare geometricamente anche le correnti più infinitesimali senza pesi meccanici aggiuntivi.

Ubicazione: Università degli Studi di Napoli Federico II – Dipartimento di Scienze Chimiche
Periodo: 1935-1955
Contatto: daniele.naviglio@unina.it